"Storie", 2002
"Storie", 2002

 

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ALESSANDRA BALDONI
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di
Luca Panaro


Come in un diario fatto di immagini racconti la tua esistenza servendoti della macchina fotografica come una compagna inseparabile, senza la quale quelle piccole "Storie" che ci fanno gioire di essere a questo mondo andrebbero perse per sempre. Cosa ti spinge a fare questo reportage domestico?
La macchina fotografica è veramente compagna fedele, è il taccuino su cui trascrivo la mia vita. Non faccio altro che raccontare, raccogliere, setacciare il reale: immersa in questo fiume veloce di avvenimenti e avvistamenti come i cercatori d’oro sto sempre con i piedi a bagno e con le mani nell’acqua a tentare di trovare piccoli frammenti d’oro, tracce di quel metallo prezioso che giace nel fondo tra i sassi ed il fango. Mi piace definirmi "una fotografa narrativa" perché raccontare è un modo per provare la propria esistenza e quella altrui, è strappare territori all’oblio, lasciare un segno di quei sentimenti, di quei nomi, di quei dolori che altrimenti affonderebbero inesorabili nel vuoto. Nominare le cose, i luoghi, tenere un diario in cui con tratti bianchi e neri si delinea una vita, la mia, con gli incontri che faccio, le persone che sfioro, le città che attraverso… racconto ciò che è più intimo convinta che proprio perché così personali le mie storie possono essere universali, possono evocare ricordi, assonanze, sentimenti comuni. Cerco ciò che di epico c’è nel quotidiano, di mitologico nel domestico, la salvezza che viene dal basso.

Italo Calvino, presentando il suo "Palomar", parlava della volontà di recuperare un esercizio letterario caduto in disuso e considerato inutile: la descrizione. Tu sembri fare lo stesso con la fotografia. Come il Sig. Palomar, dietro ogni banalissima porzione di realtà, sembri voler cercare la saggezza. E' così?
Descrivere è scegliere su cosa posare il proprio sguardo. Il mio si muove in spazi abbastanza ristretti, spesso familiari, mi guardo intorno e anche quando sono in viaggio cerco sempre dettagli che evochino uno stato d’animo, suggestioni, simboli. Delle stanze d’albergo mi piace il solo essere vuote, fatte di poche cose, tutto fa pensare al passaggio, sono spazi scarnificati. L’unico modo per appropriarsene è scrivere una storia ambientata lì, renderle mie, farne uno scenario irripetibile della mia vita. Ed amo moltissimo entrare nelle case dei miei amici e fotografare i loro segni, i loro oggetti, cercare questa specie di divinità del focolare che le rende dimore di intimità. Tento sempre di raccogliere il sale. Si dice piangere lacrime salate ma anche il sale della vita. il sale è ciò che fa bene e fa male, è ciò che ferisce e guarisce. Dà sapore, fa la differenza e per me è quello che conta. Avvicinarmi alla realtà, anche se dolorosa e lasciare che mi attraversi senza mediazioni, vivere senza pelle. C’è una serie di foto che ho fatto a mio nonno in ospedale. In quegli scatti c’è sofferenza, malattia, paura. Lì la fotografia è stata per me una specie di esorcismo, mi ha aiutato non a liberarmi dal dolore ma ad attraversalo, a dargli una forma. Raccontare aiuta a tenere lontana la morte, o forse a tenerla così prossima a sè da rendere importante, fatale ogni piccola banale porzione di realtà.

Riesci ad immaginare la tua vita senza la fotografia?
La risposta immediata sarebbe no. Ma poi se penso al mio rapporto con la fotografia mi accorgo che è fatto di abbandoni e riprese, di addii e riavvicinamenti. Sento di averne bisogno, un bisogno quasi fisico. Come per la scrittura sento il fondo scuro di questa necessità, la sua irrazionalità. E’ fuoco che arde le sue stesse ceneri. La parola e la foto nascono quando grandi sentimenti mi attraversano. Dolore, gioia, abbandono, desiderio. E’ come avere una cicatrice scarlatta sui palmi che ogni tanto si riapre e allora l’unica cura, l’unico rimedio possibile è tornare a tessere storie. Credo di non poterne fare a meno. Ma so che c’è un unico nutrimento che alimenta il fuoco, un unico balsamo per la ferita - l’amore nello sguardo. Solo così gli occhi si fermano a guardare, solo così provo quel tremore per la bellezza dell’esistenza. Se la realtà smettesse di commuovermi, se finisse di stupirmi, non avrebbe senso fotografare.

Ricordi quando hai smesso di fare foto per convenzione e hai incominciato a farle per convinzione?
Fotografo perché la fotografia è per me malattia e guarigione, tormento e soluzione. Per passione, per mancanza, per necessità. Con il cuore in gola o le lacrime agli occhi. Come se fosse un’emergenza, come se potesse salvarmi da chissà cosa. Né per convenzione né per convinzione. Al più per fede - e come tutte le fedi è più vicina alla follia che a una serie di buoni motivi o di scelte misurate e soppesate. ”Smetterei di scrivere versi volentieri e subito. Ma continua a formarsi di tanto in tanto in me una sorta di ingorgo psichico che rivendica la sua espressione e pretende il suo scioglimento: scrivo per non ammattire.” Patrizia Valduga. Sottoscrivo pienamente.

7 giugno 2003
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Alessandra Baldoni è nata nel 1976 a Perugia
www.alessandrabaldoni.it