Luci Cannibale, 2005
Luci Cannibale, 2005
Luci Cannibale, 2005

 

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VALENTINA BIASETTI
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di
Mirko Saracino


Il tuo lavoro spesso si svolge all’interno di una stanza, dove non è difficile scorgere scene di vero e proprio combattimento, alternate a visioni di calma ingannevole, per essere poi aggredite addirittura da luci cannibali! Eppure guardi il vuoto. Come mai?
Il vuoto è il punto focale della mia continua ricerca e negli ultimi lavori è diventato l’ossessione di una Luce Cannibale: un lampo fortissimo, in grado di mangiare tutto quello che si trova davanti senza nessuna pietà, lasciando solo il bianco, il Vuoto. Lo spazio che ci gira intorno è un turbine d’ombre, persone, cose che si agitano inquietate e inquietanti, consapevoli di essere vane. Le Luci Cannibale creano un vuoto fisico e mentale, una sorta di parentesi innaturale, non umana, aggrediscono il corpo e lo seppelliscono nella sua stessa ombra, costringendolo a vivere nell’attesa, in una notte senza tempo.

Le tue figure sono sempre tagliate, soprattutto nei lavori precedenti, è un modo per vivere e far vivere il dramma direttamente? Oppure c’è un’altra motivazione o segreto?
L’intento è quello di esasperare il taglio fotografico fino a rendere il soggetto in questione quasi irriconoscibile secondo la logica della visione a cui siamo abituati. Tutto parte sempre dal Mio punto di vista: il corpo sottostante si deforma ed è drammaticamente mutilato della testa in quanto realmente non visibile dai miei stessi occhi. Chi guarda il mio lavoro è come se potesse guardarlo direttamente dal mio sguardo, rivivendone il dramma e la tensione psicologica a modo suo. Questa ricerca di coinvolgimento e di catarsi c’è sempre stata nella storia dell’arte e nell’espressione artistica umana d’ogni genere: cerco un disperato contatto, per non diventare una belva urlante in un’assurda babele di carta.

Vedere in bianco e nero è per te una faccenda molto importante: luci, consistenza, colori, odori, spazio bianco, spazio nero, ce ne vuoi parlare?
Ho scelto di guardare in bianco e nero per pulirmi gli occhi dal frastuono visivo che mi circonda, per sfuggire alla banalità che nel bianco/nero non ci sono colori… io provo costantemente a guardarci in mezzo e trovo mille sfumature che sono i miei colori. Poi con tutta sincerità devo ammettere che lavorare a matita mi fa stare bene, se no non lo farei. Quando sono nel mio studio e devo cominciare un nuovo lavoro, perché ormai è maturato abbastanza nella mia testa, stendo sul tavolo la carta bianca, liscia e tirata, scelgo la matita giusta ben appuntita, come un bisturi, poi ci soffio sopra…un po’ come rito scaramantico, un po’ perché mi fa sentire come i cow-boy dei film western che soffiano con aria di sfida sulla pistola ancora fumante… e poi il resto accade. Ogni volta è una battaglia diversa e più il campo in gioco è grande e la mia arma sottile e tagliente, più io mi ci sento bene.

Cosa pensi della nuova figurazione italiana? O come vedi il tuo lavoro in rapporto alla cultura artistica contemporanea?
Bella domanda da un milione di dollari!!! Quando esco da ‘certe’ mostre o da ‘certe’ fiere ho la nausea; ma forse il problema è mio che sono deboluccia di stomaco. Ma non voglio fare sempre la parte della bisbetica inviperita… è solo che io la vedo in modo diverso da quell’apoteosi di fanfare che circonda ‘certi’ artisti. Quello che cerco di dimostrare con il mio lavoro, è che forse può addirittura bastare una matita e un foglio bianco purché dietro ci siano occhi e testa. Come ho già detto sto cercando di ripulirmi mentalmente dal frastuono visivo che è imposto dalla società, dalla TV, dalla pubblicità, dalla stessa arte contemporanea che a volte risulta semplicemente ‘TROPPO’.

29 agosto 2005
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Valentina Biasetti è nata nel 1979 a Parma