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FABIO BONETTI
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di
Luca Panaro



Ciò che emerge in maniera preponderante dai tuoi quadri è la matrice foto-cinematografica che li accomuna. Lo sguardo che si nascone dietro a quelle inquadrature proviene da un occhio allenato a guardare molto cinema e a fare uso di tanta fotografia. Questa caratteristica, ormai da qualche anno comune a diversi tuoi colleghi , è diventata lo strumento identificativo di molta pittura contemporanea. Quali sono i tuoi modelli?
Il cinema, in primo luogo: soprattutto negli sguardi grandangolari bassi di Welles o nei plongée quasi chirurgici di Hitchcock, che aiutano a incrementare la tensione a l’ambiguità dell’immagine. Poi l’utilizzo baconiano dello spazio, ridotto all’essenziale, e certi sguardi fotografici dei lavori su carta di Robert Longo; anche se in fondo quello che mi ha sempre affascinato sono alcuni autori del primo manierismo fiorentino e penso in particolare al Pontormo e al Rosso Fiorentino, dove il colore è puramente mentale, limpido,come in certe tavole dell’Angelico. Ma non vorrei sembrare atavico…

Quanta importanza dai alla manualità e quanta all'idea che si cela dietro all'atto del dipingere?
Ho sempre pensato che la forza di un lavoro dipenda principalmente dal pensiero e dall’indagine che sta sotto: la manualità dovrebbe essere semplicemente al servizio del pensiero (e con manualità non intendo certo la qualità). Voglio dire che non ci sarebbe alcun problema se qualcun altro realizzasse per me il lavoro ma ovviamente non nego il fascino dell’autorialità.

Nel tuo atelier, oltre ai consueti strumenti da pittore, vedo un proiettore per diapositive. A cosa ti serve?
Utilizzo il proiettore per avere la possibilità di confrontare, ridurre e ottenere lo scheletro dell’immagine definitiva del lavoro partendo da un buon numero di immagini fotografiche.

Spiegaci bene come si ottiene uno dei tuoi qudri.
Prima di tutto cerco di allestire lo spazio come l’ho pensato poi scatto decine di diapositive che successivamente confronto. Con il disegno cerco di ridurre l’immagine (a volte ottenuta dalla combinazione di più immagini fotografiche) al minimo indispensabile; da qui nasce l’immagine del lavoro definitivo che si affianca alla fine al lavoro su carta.

Perchè in quattro anni hai deciso di soffermarti sullo stesso soggetto? Cosa stai cercando?
Fondamentalmente mi interessa un’idea seriale del lavoro ma credo che sia anche importante soffermarsi su un’immagine fino a quando non la si domina completamente; è una sorta di debito da saldare quando c’è di mezzo la matrice fotografica, e una piacevole ossessione…


Una volta mi hai detto che non ami molto i critici che vedono nel tuo lavoro una componente noir, da film giallo... ma allora come spieghi il ricorrente utilizzo di personaggi sdraiati al suolo in pose così poco rassicuranti?
Il noir è qualcosa che ha a che fare con il macabro e il violento, soprattutto a livello fisico. Il corpo a terra nei miei lavori è un “incidente” puramente mentale, sarei tentato di dire esistenziale. Mi interessa che questo “incidente” nasca dal conflitto fra una figurazione laccata e apparentemente felice e un corpo grigio instabile e pe(n)sante (materia grigia), corpo che potrebbe anche diventare altro da una figura umana. Un CONFINE spaziale che inevitabilmente genera un CONFLITTO. CONFINICONFLITTI, appunto.

16 settembre 2004
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Fabio Bonetti è nato nel 1981 a Modena
www.fabiobonetti.it