Manifestazione pacifista intorno alle mura della citta' vecchia aGerusalemme
Il muro ad Abu Dis, sobborgo di GerusalemmeIl muro ad Abu Dis, sobborgo di Gerusalemme


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ROBERTO BRANCOLINI
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di Silvia Ferrari



Sei tornato diverse volte in Palestina per raccogliere le testimonianze della vita quotidiana nei territori occupati. Come mai questa affezione particolare per quelle terre e come pensi possa essere mutato il tuo lavoro di fotografo negli anni in quei luoghi?
Sono andato per la prima volta in Palestina nel 1999 per conoscere la situazione e ho continuato a tornare perché, come molti altri, sono rimasto "agganciato" alla gente e alla terra. Sono rimasto incredulo nel vedere le condizioni di vita impossibili che un'intera popolazione vive e subisce tramite quelle che sono definite "punizioni collettive", espressamente vietate dalla convenzione di Ginevra, ma attuate sistematicamente dall'esercito israeliano, che punisce appunto tutta la popolazione per azioni commesse da alcuni. I palestinesi oggi sono vittime delle vittime di ieri, e come le vittime di ieri non hanno i mezzi per difendere se stessi; non hanno uno stato, non hanno un esercito, non hanno i caccia-bombardieri F16 o gli elicotteri Apache e neppure i carri armati; molto difficilmente in queste condizioni possono combattere una guerra, in realtà subiscono un'aggressione. Mi sono anche reso conto che da fuori è molto difficile capire la situazione e capire quanto venga reso impossibile lo svolgimento di una vita normale, perché le notizie non sono riportate correttamente. Questo è il motivo per cui mi sono interessato prevalentemente alle condizioni di vita della gente. Uno degli aspetti più gravi è la mancanza di libertà di movimento: spesso per un palestinese è estremamente lungo e complicato andare da un punto A ad un punto B, anche se dista solo pochi chilometri, oppure se ci riesce ci mette un tempo X che può durare anche diverse ore, dipende dal soldato che si trova di fronte: impossibile per un ragazzo andare a scuola, così come è impossibile per un uomo andare a lavorare, per una donna andare a vendere la propria mercanzia al mercato, impossibile vedere gli amici o i propri cari che non vivono nella stessa città. Tutte cose che forse non sembrano così gravi viste per televisione e non vissute personalmente ma che rendono la vita quotidiana impossibile.

Qual è il rapporto che hai con la gente? Come si confronta il popolo palestinese con te, come fotografo?
I palestinesi in generale sono naturalmente ben disposti verso la macchina fotografica: vogliono che il mondo veda quello che succede loro. Purtroppo il mondo poi non capisce ed in generale i giornali e le televisioni sono solamente interessati a mostrare sangue e morti, meno disposti a mostrare quello che succede ai vivi.

Sei appena rientrato dal tuo ultimo viaggio proprio in Palestina. Cosa cercavi questa volta e cos’hai trovato?
Questa volta sono stato in Palestina per vedere e fotografare il muro che il governo d'Israele sta costruendo, un muro che imbottiglia i palestinesi che vivono a ridosso del confine con Israele, dentro a delle gabbie come fossero animali; gabbie e confini che sono controllati dall'esercito israeliano. Il muro che viene descritto dal governo israeliano come un muro di sicurezza, in realtà è un muro divisorio per creare una situazione di apartheid che comunque già esiste. Questo muro ha vari scopi: nel breve periodo, annettere alcuni insediamenti illegali israeliani che si trovano dentro i Territori Occupati, togliere altra terra e pozzi di acqua dolce ai palestinesi; e poi costringere, nel lungo periodo, gli abitanti di queste aree ad andarsene "spontaneamente" a causa della miseria creata. Bisogna infine sottolineare il fatto che il muro non segue i confini del 1967, riconosciuti dall'ONU, come sarebbe logico pensare se fosse costruito per motivi di sicurezza: invece entra in profondità nei Territori Occupati e quando sarà terminato ingloberà dentro i confini di Israele il 10% dei Territori Occupati.

Mi interessa capire qual è il rapporto tra il tuo lavoro con l'immagine fotografica e l'immagine video. Oggi siamo abituati a vedere la guerra e le condizioni delle popolazioni occupate attraverso le immagini video, con suoni e testimonianze in diretta. Quali possibilità ha, secondo te, la fotografia di reportage oggi di fronte a questo strapotere delle immagini video?
Riguardo il rapporto con la televisione, devo dirti, Silvia, che non mi sono posto questa domanda. Non mi interessa molto il rapporto con il video, si viaggia su binari simili ma comunque differenti; io non ho la possibilità di mettermi in competizione con la televisione che trasmette notizie ed immagini 24 ore al giorno tramite il satellite. Quello che posso cercare di fare è il lavoro contrario, più dilatato nel tempo, accurato e ponderato.

Qualche giorno è stato pubblicato un articolo di Javier Marìas dal titolo La guerra dal vero. Quello che i ne' i romanzi, ne' i film, ne' la tv possono raccontare. Prendendo spunto da uno scritto di W.G. Sebald, Marìas parla dei silenzi che accompagnano ogni guerra: a partire dall'assenza quasi inspiegabile di testi sulle distruzioni delle città tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale, passando per l'ammutolimento dei sopravvissuti di Hiroshima, per arrivare a ciò che le parole non riescono a raccontare degli odori, dei suoni e delle sensazioni di una guerra vissuta da vicino. Come vivi questo "non rappresentabile" nel tuo lavoro di fotografo? Come si collocano le tue immagini rispetto alla rappresentazione della guerra vera e propria e a questo margine di vita non vista che c'è tra una foto e l'altra e quella parte di esistenza che non e' percepibile, se non vivendola direttamente?
Non sono uno di quelli che ha la presunzione di pensare che una foto deve sempre e comunque parlare da sola, al contrario penso che spesso non ci siano gli elementi necessari da parte di chi la osserva per poter leggere la situazione che in quella foto viene rappresentata. Questa mia impressione l'ho potuta verificare durante i miei viaggi in Palestina, in particolare durante l'ultimo in cui ho fotografato il muro che il governo israeliano sta costruendo arbitrariamente all'interno dei Territori Occupati. Tornato in Italia ho constatato vedendo le reazioni di alcune persone a cui ho mostrato le foto che avevo fatto, di come la macchina fotografica sia a volte inadeguata nel descrivere certe situazioni, infatti come spiegare le sensazioni di un padre che per spostarsi per una distanza di meno di un chilometro debba, insieme alla moglie e figli, attraversare ogni volta un fossato profondo due metri? Come spiegare che un soldato possa impedire il passaggio di un check-point, di per sé arbitrario, solo perché è di cattivo umore? Come spiegare con una sola foto l'impotenza nel vedere disboscare un campo di ulivi centenari tramandati da padre in figlio per generazioni intere da una ruspa nell'arco di pochi minuti? Come spiegare che tutta la famiglia dipende da quel campo di ulivi? Oppure ancora come spiegare la rabbia in un bambino che non può attraversare la strada per giocare con un suo amico perché adesso qualcuno ha piazzato un muro in mezzo a quella strada? Mi pare che ci siano situazioni che si possono capire solo vivendole, troppo distanti e la macchina fotografica da sola non e' in grado.

15 maggio 2003
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Roberto Brancolini è nato nel 1964 a Modena
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