Chiara Carocci, Plumes Roses, 2006
Chiara Carocci, On the Road – Pacific Grove, California, 2004
Chiara Carocci, La linea del tempo numero 2, 2010
Chiara Carocci, Pacchetto Dolce Lavare, 1999

 

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CHIARA CAROCCI
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di Luca Panaro



Ricordo i tuo lavori di qualche anno fa quando realizzavi la linea Accessori Chiara: fotografie e oggetti che ricostruivano perfettamente il linguaggio pubblicitario del packaging per giocattoli. Notai queste opere perché si distinguevano per l'ironia, rispetto invece a quelle di altri artisti che utilizzavano il proprio corpo per dare origine a mondi più o meno immaginari. Recentemente ho visto alcune tue opere di taglio differente, dove l'atmosfera è meno giocosa. Cos'è cambiato?

Probabilmente è la mia visione attuale ad essere cambiata, nei lavori più recenti, come La Linea del Tempo, ho focalizzato maggiormente aspetti come narrazione, riferimenti cinematografici e un utilizzo diverso del linguaggio fotografico. Tutto questo mi ha portato a confrontarmi con atmosfere più sospese, in cui l’ironia di un personaggio particolare e curioso come la viaggiatrice nel tempo gioca più con il surreale. Ho iniziato a guardare al mio lavoro con un respiro più ampio e inevitabilmente tutte quelle che sono le mie passioni in vari campi delle arti hanno iniziato a confluire nei nuovi progetti.

Parliamo per esempio della serie On the road (2004), che sembra rievocare alcune immagini di Cindy Sherman degli anni Settanta...
Cindy Sherman è un’artista a cui ho sempre guardato con grandissimo interesse e rispetto. Nelle opere a cui fai riferimento tu c’è sicuramente un eco del suo lavoro. Ma è nato tutto in maniera molto spontanea e immediata durante un viaggio che ho fatto “on the road” in America, dove sono rimasta sorpresa dall’aver trovato un feeling fortissimo con gli ambienti e le location che sembravano fermate nel tempo. Mi sono lasciata trasportare dalle sensazioni che i luoghi mi trasmettevano, dai Motel alle città abbandonate. Anche alcuni abiti e parrucche che indosso sono state cercate e acquistate lì sul momento in relazione all’ispirazione che nasceva. In quelle foto c’è anche molto della mia passione di un certo mondo “televisivo” americano a cavallo tra gli anni 60 e 70.

Anche nella serie La linea del tempo (2010) l'opera non si esaurisce in poche immagini finite, ma la struttura narrativa si rafforza in funzione di una storia da raccontare...
Questo progetto nasce con l’intenzione di non avere un inizio ed una fine precisa della narrazione, sono momenti diversi tra loro di un viaggio, istantanee e fotogrammi in una storia nella quale lo spettatore è portato a cercare il filo conduttore. Il personaggio che interpreto si trova ad esempio su una landa innevata dai colori psichedelici dove il tempo è sospeso tra un alba e un tramonto. La ritroviamo poi in un stanza con un mappamondo e un particolare ritratto alle spalle. E così via con le varie fotografie. Sicuramente l’aspetto cinematografico a metà tra Pic Nic a Hanging Rock e Time Machine sono i due estremi di riferimento per lo spirito di questo progetto. Rispetto al passato l’impatto visivo è molto diverso, non giocando più su un’immediatezza espressiva legata al discorso pubblicitario, ma fatta di diverse sfumature e contaminazioni di altri linguaggi.

In queste due serie fotografiche il linguaggio pubblicitario di un tempo sembra avere ceduto il posto a quello cinematografico. Pensi di proseguire su questa strada?
E’ possibile, perché in questo momento sono attratta da alcune atmosfere cinematografiche ed ho in mente delle nuove foto che potrebbero continuare in questa direzione. Anche se parallelamente sto lavorando ad un progetto più “manuale” con la tecnica del collage, che potrebbe rappresentare uno sviluppo nuovo di quello che era il mondo degli Accessori Chiara anche senza avere un rapporto diretto con il linguaggio pubblicitario.

Hai mai preso in considerazione l'idea di fare un film o un video e abbandonare così la fotografia?
Si, ci ho pensato più volte, anche se non abbandonerei la fotografia che per me rappresenta un mezzo a cui non rinuncerei. In passato mi è capitato di pensare spesso ad un lavoro video, ma non volendolo realizzare “home made” e non avendo una vera produzione alle spalle è rimasto una specie di sogno nel cassetto.

Il tempo a cui ti riferisci in tutti i tuoi lavori, del passato e del presente, non è mai il tempo attuale. Lo stile e le suggestioni che riporti in fotografia attingono ad altre culture, spesso a quella statunitense. Per quale motivo?
Il tempo attuale, la contemporaneità non mi è mai interessata molto come soggetto del mio lavoro. Sono un’appassionata di vintage e le cose del passato hanno per me un sapore vero e vissuto. Quelle di oggi è come se dovessero ancora essere verificate e assorbite. Il discorso dei riferimenti probabilmente è perché molte delle cose che mi hanno colpito visivamente fin da piccola, come alcuni telefilm e film, fanno riferimento a quella cultura. Sono molto interessata anche ad altre ovviamente, come quella giapponese ad esempio, che però non è mai entrata direttamente dentro i miei lavori quanto quella americana. Forse perché le loro pubblicità sono dei veri e propri stereotipi a cui attingere, specialmente per i miei primi lavori. Anche se pensandoci bene ho trovato tanti spunti interessati anche nei vecchi Carosello e rotocalchi italiani.

Oltre alla ricerca artistica svolgi la mansione di Graphic Designer presso l'azienda Diesel. Come riesci a conciliare le due attività? Sono entrambe occupazioni creative, ma con quali differenze? L'una alimenta l'altra oppure sono due mondi separati?
Ho cercato di mantenere i due aspetti sempre distanti. Il mio lavoro di Graphic Designer è legato ad un prodotto da vendere, a delle logiche commerciali e ad una commissione. Nel mio lavoro artistico sono io in prima persona a mettermi in gioco e tutto ciò che creo, non nasce secondo le esigenze sopra elencate ma come espressione del mio mondo e della mia visione delle cose.

20 aprile 2012
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Chiara Carocci è nata nel 1976 a Varese
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