Tempo 69, 2006, olio su lino, cm 100x 140
Tempo 24, 2005, olio su lino, cm 140 x 200Thule 37, 2004, olio su lino, cm 140 x 200La Casa 40, 2004, olio su lino, cm 70 x 100G.R.U. 22, 2000, olio su lino, cm 140 x 200

 

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ANDREA CHIESI
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di Simone Fazio



Andrea, raccontaci del punk, visto che quello odierno è solo l'eco (e pure commerciale) di un fenomeno molto più serio, che ti ha coinvolto in giovinezza...
Caro Simone, il punk è arrivato in Italia in ritardo, più o meno quando sei nato tu, tieni presente che alla fine degli anni '70 la globalizzazione e internet erano fantascienza, le notizie riguardanti un certo tipo di musica circolavano solo su fanzine autoprodotte a diffusione limitata. Per cui, anche se nasce verso il 1975, il punk ha rappresentato qualcosa da noi solo a partire dai primi ottanta. Ascoltare una certo tipo di musica voleva dire essere diversi e alternativi. Era una forte spinta controculturale, un modo per farla finita con i cantautori, gli Intillimani e i capelloni hippy. Ti faceva sentire parte di qualcosa di nuovo che stava accadendo, eri la nuova generazione. La regola era una sola: se vuoi suonare, suona. Fanculo tutto il resto, soprattutto la tecnica (mi ricordo che Joe Strummer , in una intervista poco prima di morire, disse che i Clash all'inizio non sapevano assolutamente suonare ed era molto sorpreso di come i gruppi così detti punk di oggi, suonassero benissimo, con una tecnica e un virtuosismo incredibili, in totale contraddizione con la vera natura del punk).
Ho ascoltato molto punk, soprattutto hard core: Discharge, Dead Kennedys, Circle Jerks, Angry Samoans, G.B.H., fino al fenomeno Straight Edge di cui condividevo molti punti. Ho seguito molto la scena new wave, più intellettuale e sofisticata, e in parte quella gotica, fascinosa e decadente. In realtà non sono mai stato né un punk nè un dark, non ho mai partecipato a occupazioni od a sedute spiritiche. Vivevo queste esperienze come una specie di accademia alternativa, non avendo fatto studi d'arte. Questo ambiente mi ha insegnato a essere cane sciolto, indipendente, contro la banalità e la superficialità. Mi ha svelato altri mondi possibili, ho scoperto che le cose si possono osservare da altri punti di vista. Mi ha trasmesso l'attitudine ad agire e pensare liberamente senza tener conto delle mode. Qui ho mosso i primi passi, poi sono diventato grande.


Un certo tipo di sonorità è sempre stata affiancata alle tue immagini, sonorità forti, crude. pensi che la musica sia un profilo intrinseco dei tuoi quadri, oppure il silenzio sidereo li accompagna ugualmente bene?
Come sai quando dipingo ascolto musica, ma a basso volume, altrimenti ne sarei distratto. Oggi i dipinti sono silenziosi, non sono accompagnati da alcun suono, forse un leggero feedback, una chitarra dimenticata nei pressi dell'amplificatore dai My Bloody Valentine, una nota elettronica uscita da un computer difettoso di Richard D James. Oppure, ancora meglio, un suono primordiale che si espande all'infinito, un sibilo, l'aria, il vento. Non dimenticare che amo i boschi (ma non faccio passeggiate salutari) le montagne solitarie (ma non so scalare o fare sci di fondo) e le distese infinte d'acqua (ma non so nuotare e ho terrore delle barche).

"Tempo" è il concetto che titola i tuoi dipinti. nel catalogo de "La Casa" Simona Vinci contemplando la stanza in cui lavori si domanda se tra passato presente e futuro quali di questi è il Tempo. Per te il tempo è solo un concetto spazio-temporale o è anche ricordo e azione?
Il tempo non esiste, è una contraddizione. Infondo esiste solo l'attimo: quello che è già accaduto non c'è più e il resto deve ancora venire. Il pensiero del tempo che sfugge e delle cose che decadono mi ossessiona. Forse nasce da qui il mio interesse per l'archeologia, tradizionale e industriale, e l'attenzione alla memoria storica. Nella mia pittura tutto è rallentato, il tempo stesso è prossimo alla cristallizzazione. Anche il procedimento esecutivo è lento, c'è la ricerca dei luoghi, la fotografia, i disegni, l'esecuzione pittorica, con un fare mentale e manuale tra lo zen e la follia.
Nel ciclo La casa ho prima fotografato, poi dipinto il mondo osservato attraverso le finestre di casa durante un periodo di isolamento. Le opere avevano come titolo il giorno, ora, minuto, secondo, dell'attimo colto.
Tutti gli spazi che ho dipinto sono luoghi che ho visitato realmente e in misura diversa fanno parte della mia memoria. Da quando ho iniziato a disegnare, cioè da oltre 25 anni, tengo una specie di agenda in cui annoto brevemente quello che faccio. Ogni pagina serve a dare un senso a ogni giorno trascorso, a costruire nel trascorrere dei giorni la storia di una vita (che in questo caso è la mia, ma potrebbe essere qualsiasi altra). In questa lettura il lavoro è una sola opera autobiografica, una lunghissima e lentissima opera dedicata al tempo che scorre e si dilegua di cui la pittura è la manifestazione finale.


A volte lo spazio in cui sono racchiuse le tue strutture mi comunica un assenza, una denaturazione violenta, come se un'epidemia o un conflitto nucleare avesse spazzato via dalla faccia della terra la razza umana. Pensi che le strutture che dipingi saranno tutto ciò che rimarrà di noi esattamente come le grandi opere rinascimentali?
Da appassionato di archeologia a volte mi chiedo cosa lasceremo, di cosa si occuperanno gli archeologi del futuro a proposito della nostra epoca. Ammesso che esista ancora l'archeologia in futuro, credo che non lasceremo opere di particolare interesse, ma soprattutto rifiuti. I nostri pronipoti dovranno sbarazzarsi di milioni di tonnellate di cose inutili, brutte e inquinanti che stiamo disseminando ovunque. L'archeologia è interessante perché si occupa di ere durante le quali il pianeta era giovane, gli uomini pochi e le loro testimonianze rare. Oggi siamo in troppi, produciamo in modo folle, sconsiderato, inquiniamo, insomma stiamo distruggendo il pianeta. Quello che dipingo è uno spazio irreale perché liberato da ogni accumulo e dal virus peggiore per il pianeta terra, l'uomo.

Fatti una o più domande che non ti ha mai posto nessuno (e che tanto avresti voluto sentirti porre) e risponditi.


A proposito della scelta dei luoghi da visitare.
I primi spazi che ho visto appartengono al territorio in cui vivo, l'Emilia, in particolare Modena. Qui c'e' un edificio industriale ormai dimesso da anni, le Fonderie Riunite, dove il 9 gennaio 1950 durante una dimostrazione, la polizia sparò sugli operai uccidendone sei: Angelo Appiani, Alberto Rovatti, Renzo Bersani, Arturo Chiappelli, Ennio Garagnani, Arturo Malagoli. E' un episodio che mi ha fortemente segnato, anche per i racconti di mio padre, ed è stato naturale che iniziassi da qui. Poi con gli anni ho fatto incursioni in molti altri posti. Mi sono mosso soprattutto in Italia: a Milano alla Bovisa, la Bicocca e Sesto s. Giovanni (dove fino agli anni '90 c'erano le Acciaierie Falck e quella zona era chiamata la Stalingrado italiana); a Torino le ex officine riparazioni ferroviarie, molti ex edifici Fiat; a Trieste, Genova, La Spezia le aree portuali; a Livorno i cantieri navali Orlando; l'area di Bagnoli a Napoli dove sorgeva un'enorme acciaieria dimessa negli anni '80 e ora è previsto un piano di recupero ecologico molto ambizioso; le acciaierie di Taranto… Ma non mi interessa conoscere tutta l'archeologia industriale, le mie sono visite a macchie di leopardo. Se c'è uno spazio che mi attira cerco di entrarci, in un modo o nell'altro, e se non è possibile farlo autorizzato entro abusivamente. Di solito scatto centinaia di foto in più, so che non le utilizzerò tutte, ma voglio documentare quegli spazi che nel giro di qualche anno spariranno.

Un artista vivente che ti piace particolarmente.
Paolo Bacillieri, scrittore e disegnatore.

Un progetto in divenire.
Un libro con Emidio Clementi.



6 marzo 2006
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Andrea Chiesi è nato nel 1966 a Modena
www.andreachiesi.it