"Welcome to Librino", 2002
"Welcome to Librino", 2002


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ALFIO CONSOLI
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di
Luca Panaro


"Welcome to Librino" è il titolo di questa serie di lavori e visto che ci dai il "benvenuto" non ti resta che fare gli onori di casa...
La scelta del luogo Librino nasce dall'opportunità di affiancare un progetto artistico-culturale dell'Associazione Fiumara d'Arte, rappresentata dal suo fondatore e mecenate Antonio Presti, il cui fine è quello di ridare centralità e, aggiungerei, dignità ad una grande periferia di Catania caratterizzata da forti e laceranti contrasti sociali e non solo. L'idea di creare, negli anni '60, una città satellite derivava dall'esigenza di espandere i confini della città di Catania e trovò un possibile luogo nella immediata e ampia periferia che fino all'Ottocento accoglieva ancora i poderi di varie famiglie aristocratiche del luogo. L'urbanizzazione dell'area venne affidata ad una delle massime figure di quel tempo e cioè a Kenzo Tange di Tokio che aveva pianificato e progettato una nuova area omogenea sia su un piano tecnologico che culturale. Il risultato, disconosciuto dallo stesso urbanista, è l'incompletezza e quindi la disomogeneità strutturale del progetto iniziale. Ciò che doveva essere una nuova e moderna dimensione urbana del vivere, diventa invece la premessa per una separazione culturale del ceto meno abbiente che si ammassa in Librino in quartieri ghetto. Cosa cattura, però, il mio interesse? Appunto l'idea del ghetto. In un'area geografica del mondo, la Sicilia, lontana dallo stile e dall'atmosfera delle grandi metropoli, Librino appare al sottoscritto come una grande periferia con una connotazione architettonica pseudo-metropolitana che mi da lo spunto per parlare ancora della Sicilia in termini di contemporaneità.

Muovendoti in punta di piedi per le strade deserte di Librino, non sembri voler gridare a squarciagola il tuo astio per tanta "bruttura", ma rivolgi semplicemente, senza tanti clamori, uno sguardo silente sulla realtà. Spiegaci il perchè di questa scelta?
Quando mi sono trovato a Librino per la prima volta, non fu subito facile capire come muoversi, come visitare il luogo. E allora mi ricordai di un sacerdote la cui parrocchia è in una zona del grande quartiere e decisi di andarlo a trovare. In pratica fu lui a farmi da cicerone e grazie a lui cominciai ad immaginare il modo di interpretare fotograficamente quel luogo. Sono molto attratto dal paesaggio, più che dalla gente. In pratica penso al paesaggio come se fosse una persona e cerco quindi di trarre i tratti salienti, ciò che maggiormente lo caratterizza. Come si nota dalle foto, Librino sembra addirittura non abitato, vuoto, un luogo abbandonato anche se è l'opposto di quanto appena detto. E' una città nella città, con una popolazione di circa 90.000 individui. Lo sguardo è sì silente ma eloquente: palazzi sventrati, altri mai finiti ma iper-affollati, altri completi e a rischio di barbarie, grandi arterie stradali finite ma non ancora fruibili, enormi piazze vuote e campi di calcio aridi. Sentivo però il desiderio, incoraggiato dal mio amico sacerdote, di dare a tutto ciò un senso estetico immaginato, una sorta di trasfigurazione del luogo. E allora pensai di sfruttare le grandi geometrie dei palazzi ed in genere del luogo attarverso una, mi auguro, equilibrata distribuzione delle linee verticali ed orizzontali e operando anche su una caratteristica intrinseca del mezzo fotografico, cioè la luce, e quindi sulla densità dei colori. Il risultato è anche una "apertura sul cielo" e quindi verso qualcosa di leggero di spirituale in contrapposizione alla stridente matericità sottostante.

"Come trarre gioia e voglia di vivere dall'assenza di bellezza paesaggistica" (?). Questa affermazione l'hai usata a presentazione dei tuoi lavori, vediamo di aggiungere un punto interrogativo finale e di dare risposta ad una domanda che non chiedeva altro che essere tale.
Subito dopo tale affermazione nella presentazione segue però una sintetica, ma per me importante, considerazione a conclusione del mio lavoro fotografico. Cito me stesso: "La risposta sta nel fatto che l'armonia è certo più rasserenante della bruttura e della mancanza di forma estetica, ma le vicende ed i travagli dell'uomo rappresentano sempre la premessa, l'humus". I travagli citati sono ovviamente quelli dell'uomo ghettizzato che vive questa periferia ed, in generale, le periferie del mondo e provo a rivelarlo attraverso una ricerca fotografica che vuole essere una riflessione su quella che è la realtà negata di quel luogo, ma anche su una realtà ipotetica, un'apertura sul futuro
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24 aprile 2003
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Alfio Consoli è nato nel 1966 a Catania