ABiCittà 103, 2002, 180x180cm, olio su tela
ABiCittà 122, 2002, 62x62cm, olio su tela



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MARCO MEMEO
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di
Luca Panaro



La presenza dell'uomo nei tuoi lavori si intuisce solo dai non-luoghi che esso ha costruito e che caratterizzano il paesaggio postmoderno. Tu, "l'occhio del pedone" - metafora dell'occhio dell'artista secondo una felice definizione di Ivana Mulatero - ti aggiri nelle aree urbane dell'hinterland di città italiane ed europee, a caccia di particolari tanto banali quanto rappresentativi della società contemporanea. Quale messaggio si nasconde dietro la tua lucida e fredda testimonianza visiva?

Il messaggio spero e credo non si nasconda. Essenzialmente, vuol essere un suggerimento a cogliere della poesia in ciò che sembra negarla. Le persone che hanno visto il mio lavoro e che a distanza di tempo ho rincontrato, con mia grande soddisfazione, mi hanno confermato di aver prestato maggiore attenzione a certi dettagli della città e di aver colto tra lampioni, semafori, nude facciate di palazzi, balconi e ringhiere, un valore che non è solo quello dell'utilizzo quasi distratto. Il paesaggio, e in particolare quello urbano, è un luogo da abitare e da strutturare, ma è anche un terreno di confronto, un luogo da guardare, e da contemplare, con cui entrare in rapporto estetico.

Fra la realtà urbana - vissuta con curiosità e attenzione per il particolare - e la sintesi della tradizionale pittura ad olio, interponi una serie di filtri tecnologici che ti aiutano a rielaborare il dato visivo percepito sul campo. In quale modo gli strumenti di documentazione (fotografia e video) e rielaborazione (computer graphics) meccanica ti portano all'eliminazione di tutto ciò che è di disturbo?

Raggiunta un'area urbana, passeggio munito di videocamera o macchina foto. Cammino e guardo i giochi formali che la città mi propone. Ad esempio, spostando leggermente lo sguardo vengono a crearsi delle singolari coincidenze tra un semaforo e un palazzo, oppure un balcone si trasforma in un modulo di una ricca tessitura, e così via. Mi guardo attorno con una visione attenta e ciò mi fa scoprire molte cose che altrimenti non vedrei passando in auto e con la sola preoccupazione di raggiungere una meta prestabilita. Dopo aver raccolto materiale fotografico e video, in studio, con l'ausilio di programmi di grafica, lavoro essenzialmente ad una operazione di sottrazione, selezionando le immagini più convincenti, e da ciascuna immagine selezionata, eliminando parti che possano sviare dalla sensazione che una certa visione mi ha procurato. A volte, intervengo con delle leggere deformazioni, adattando l'immagine "ripulita" ad un particolare formato di quadro che possa meglio sottolineare quel tipo di sensazione che ho provato e che desidero comunicare.

L'aspetto modulare, freddo e ripetitivo che caratterizza gli elementi architettonici dei tuoi quadri, si ripercuote anche sul titolo seriale che li contraddistingue ormai da diversi anni: ABiCittà.
Cosa vuoi suggerire con questo nome comune, sequenzialmente numerato?

"AbiCittà" rimanda chiaramente all'alfabeto e quindi all'idea di linguaggio, come strumento di conoscenza e confronto. Il tentativo che io faccio con il mio lavoro è quello di prendere coscienza piuttosto che soccombere di fronte al forte disagio che si avverte in certe aree della città, dove peraltro io sono cresciuto. Il dedalo urbano è di per se già un linguaggio e terreno di confronto, si tratta di estrapolare gli elementi minimi (come le lettere dell'alfabeto) da cui esso è costituito, operare per così dire una sorta di vocabolarizzazione, un ordine mentale col quale poter riconoscere una storia e raccontarne altre. "AbiCittà" rimanda quindi anche all'universo dell'infanzia, quando si imparavano le cose elementari e si giocava per poter apprendere. La mia pittura può dare suggerimenti per comprendere la città, viverla, uscirne fuori ma sempre dall'interno. Non mi allontano per rappresentare la città. E' una visione dall'interno. Le immagini che ottengo assomigliano a quelle immagini create nell'infanzia, quando da bambini si giocava con lo sguardo a misurare le cose. Per quanto riguarda la numerazione dei quadri, invece, essa segue un ordine cronologico e introduce l'idea di collocazione spazio-temporale, relegata semplicemente a delle cifre come i numeri civici che in una via della città dovrebbero individuare esattamente un luogo rispetto ad un altro.

Cupra Marittima, 16 settembre 2002
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Marco Memeo è nato nel 1967 a Torino
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