home page


LUIGI PRESICCE
------------------------------
di Martina Guerra



Cosa vuol dire per te essere artista, come vedi il tuo lavoro?
E' un privilegio. Studio ciò che mi interessa e questo qualche volta si trasforma in opera; l'arte è la manifestazione del mio studiare, che poi interessi altre persone questa è una pura circostanza.

Dalla pittura, quindi da un qualcosa di bidimensionale, hai scelto di passare alla tridimensionalità con la performance. Cosa ti ha portato a fare questa scelta? Quale bisogno?
Da quando ho smesso di dipingere a quando ho iniziato a fare performance sono passati tre o quattro anni, quindi è un percorso molto lungo, di riflessione, di studio sulla forma, sull'idea di realizzare un’opera con una sorta di ritualità nell'essere eseguita, come investire un oggetto di una luce invisibile che si manifesta attraverso il gesto ripetuto.

Una delle tue caratteristiche principali è proprio la ritualità, il legame con la storia. Raccontaci.
Come ho avuto modo di raccontare altre volte sono passato dalla pittura alla performance attraverso la scultura. Durante quel periodo ho creato opere in cui la parte performativa dell’atto di realizzazione era molto importante: la ripetizione dello stesso gesto, dello stesso movimento, creava scultura. Quello è stato un momento del mio lavoro in cui si può riscontrare una ritualità, ma credo che sia finita lì, perchè quando è iniziata l'idea del gesto e del non-gesto, la ritualità non c'è stata più, è diventato altro, una costruzione narrativa attraverso i simboli. Si può, quindi, parlare di rituale solo per quel tipo di sculture, la liturgia del gesto ha preso poi il sopravvento. Il legame con la storia non è solo nei fatti (raccontati), ma appunto nei gesti, nel rapporto tra le figure e la grammatica dei movimenti, la memoria che il corpo possiede nei confronti di un’iconografia data (acquisita).

Qual è il tuo rapporto con il museo o la galleria d'arte? Credi che questo luogo sia importante per la diffusione della cultura e dell'arte?
Io non amo l'idea di contenitore, l'ho sempre dichiarato. Ho realizzato il mio lavoro a prescindere dal sistema dell'arte e continuerò a farlo perchè è una mia esigenza, non un'esigenza del sistema. Sono molto più agevolato quando non devo veicolare il mio lavoro attraverso terzi. A volte ci sono rapporti molto produttivi, ma di solito, questi creano quasi sempre solo impedimenti e restrizioni ai progetti. Lo vedi anche da dove realizzo la maggior parte del mio lavoro, sulle spiagge, nelle case private, nei paesaggi di tutti e di nessuno.

Come vivi il medium fotografico? Per te è semplicemente un aiuto, uno strumento?
Non è un medium che mi interessa, non mi ha mai attratto. Per me la fotografia è una traduzione del mio lavoro performativo. Molte mie performance vengono realizzate per poche persone o per soli due bambini, a volte anche per nessuno. Ad esempio la performance che ho fatto al Castello di Forsdinovo, l'ho realizzata per due bambini dipinti. Erano due bambini (antenati dei Malaspina) dipinti su due quadri trovati nelle sale del castello, in questo caso non c'era nessuno che potesse testimoniare che la performance era avvenuta. La scelta molto radicale di fare un solo scatto o un solo video, mai entrambi, è appunto un modo per testimoniare che la performance è avvenuta. Non si tratta di mera documentazione, ma di certifica.

Senti il bisogno di lasciare una traccia che resti nella memoria?
Per un mio desiderio di archiviazione o meglio archeologizzazione di quello che faccio, anche se sbaglio nei mezzi.

La fotografia può rendere un momento eterno secondo te? La vedi come una forma d'arte?
Un momento eterno tra virgolette. La fotografia è un medium veramente molto labile, non è bronzo. Il mio interesse è quello di creare qualcosa che possa resistere al tempo, alla nostra civiltà, come i vasi di terracotta ittita. Chi verrà dopo di noi non riuscirà a leggere la nostra civiltà attraverso i file, perchè basta togliere la corrente elettrica e tutto svanisce. Se qualcuno arriverà dopo di noi e non avrà a disposizione la corrente, non riuscirà mai ad accedere a nessun tipo di dispositivo elettrico e quindi non saremo mai ‘letti’. Rimarranno le rovine e la spazzatura.

Hai fatto le tue scelte e le porti avanti con coerenza, qual'è il tuo segreto?
Il mio lavoro performativo ha una forte matrice pittorica che trasformandosi in linguaggio fotografico ne mantiene le caratteristiche. Il mio sguardo pittorico è molto attento alla composizione, agli elementi che servono a leggere l'opera d'arte come si faceva nel passato, uso gli stessi codici compositivi e formali di una pala d'altare di un affresco del trecento o del quattrocento. La mia opera non va letta con sistemi attuali sbrigativi o dettati da contenitori che fanno curriculum.

Qual'è il tuo legame con il tempo, con il ricordo inteso come traccia che tu lasci delle tue performance?
Quello che a me interessa, riguardo al rapporto con il pubblico, è la temporalità (immobile). Lo spettatore che riesce a stare all'interno del mio lavoro e perdere la cognizione del tempo e dello spazio, ha realizzato il mio intento di fusione tra spettatore e opera. L’opera vive solo in quello spazio eterno.

Quindi per te la reazione del pubblico ha molta importanza o realizzi le tue idee a prescindere? Desideri regalare un'esperienza a chi entra a far parte della performance?
Il pubblico (quando previsto dalla committenza), ha una grande importanza perchè entra direttamente nella scena, ne fa parte, diventa un altro elemento della composizione, non è staccato, altrimenti parleremmo di grande pubblico, quello che arriva in massa, fa le foto con il telefono senza neanche fare caso a ciò che ha di fronte perché preferisce il dato virtuale a quello reale. Il mio dialogo è diretto. Ci sono io e c'è lo spettatore, in quella porzione di spazio il tempo non esiste. Questo tipo di interazione è totalizzante, non è uno sguardo passivo, è una “visitazione” attiva. Differentemente diventa solo intrattenimento, ma non è ciò di cui mi occupo.

In un'intervista hai affermato “Nazionalismo a parte, sono convinto che ogni artista deve parlare al mondo attraverso i codici territoriali che lo rappresentano”, questo rappresenta un forte legame che tu hai con l'Italia e la sua storia. Come vivi questo aspetto del tuo lavoro?
E' un aspetto fondamentale. Se cerco un artista della Birmania, vorrei che fosse riconoscibile per determinate caratteristiche storico socio-antropologiche che solo quello può avere. Allo stesso modo non capisco perchè un artista italiano debba far finta di essere inglese o americano e abbassarsi alla tacita omologazione estetica che attuano riviste e blog. Come italiani ci dobbiamo distinguere, perchè c'è una storia, una storia diversa dagli altri paesi. Principalmente in Italia abbiamo una grande storia che dobbiamo continuare, è un impegno, una responsabilità che non tutti si vogliono assumere. A inseguire le mode si fa sempre in tempo, come quella di cambiare paese… Io sento di lavorare per questo paese.

La precisione maniacale che hai nel tuo lavoro, ricco di rimandi iconografici, di allegorie, ti porta a creare l'idea mesi prima, per racchiudere poi tutto in un'immagine che dilati il tempo. Pensi che riusciresti a portare avanti il tuo percorso anche senza l'aiuto del medium fotografico, che ha questa caratteristica?
Credo di sì. L'opera esiste a prescindere da chi la guarda. Una pala d'altare è lì, esiste concretamente al di là che uno la guardi o meno. Però la performance, a differenza della pala d'altare, ha un inizio e una fine, è inscritta in un tempo preciso. Se si vuole salvare un ricordo, un’esperienza, lo si fa in diversi modi, non esiste solo il dato visivo, questo è frutto di un’omologazione del linguaggio dell’arte. La fotografia o il video, come forma di traduzione della performance è anche un modo per andare in contro a chi non vede, a chi non vedrà mai, a chi, per vari motivi, non se ne interesserà in un momento dato che è quello specifico della performance, ma tuttavia non mi strappo i capelli se la gente non sa cosa sto facendo. La performance è appunto un'esperienza unica e totalizzante, non può essere vissuta attraverso uno schermo del computer, è completamente diverso. Sono traduzioni (semplificate)

I fotografi che ti aiutano hanno sempre delle indicazioni ben precise da parte tua, o hanno anche libertà di scelta?
La visione dell’opera viene condivisa. Non uso ogni volta un fotografo diverso, ho cercato di formare, o conformare al mio sguardo, tutti quelli che collaborano con me, come se fosse una specie di compagnia, una squadra che si muove insieme per un intento comune e unico.

Per questa nuova performance, l'idea da dove nasce?
Intanto dal desiderio di andare avanti con il progetto de “Le storie della Vera Croce”. Questo è importante per me, così come è inevitabile che questo abbia anche una conclusione a un certo punto. Questo episodio parte dalla battaglia di Eraclio e Cosroe, poi diventa altro. Mantiene un legame con la lotta, con la battaglia dei due imperi, bizantino e persiano, una lotta che coinvolge due figure in una morsa, tipica del pancrazio, una disciplina antica di scontro basata sulla presa corpo a corpo. La vittoria di Eraclio su Cosroe e il taglio della testa di quest’ultimo (per riprendersila croce di Cristo trafugata da Gerusalemme), diventa il legame con la decapitazione di Giovanni Battista e la stori di Salomè, figlia di Erodiade. Le due storie viaggiano parallelamente nella stessa scena, si accompagnano nello stesso istante. Una lezione medievale, i tempi cronologici non sono mai gli stessi nella scena, le azioni, diverse, avvengono nello stesso spazio, mentre l’idea di narrazione è formata dai sinboli e dai significanti che dialogano.

Pensi che in Italia si faccia abbastanza per sostenere l'arte, anche la performance ovviamente, o si potrebbe fare di più specialmente per i giovani?
Non ne ho idea, io lavoro a prescindere da quello che mi circonda. Non tutti però se lo possono permettere. Aspettano l'incarico, la sponsorizzazione… Tutto ciò mi tocca veramente poco. Se non c'è promozione per gli artisti italiani, giovani o meno, è un problema del sistema dell’arte italiano, che non difende i propri “figli”. Non è un problema degli artisti. In italia ci sono artisti molto capaci che rischiano continuamente di smettere di lavorare, perchè appunto, non tutti se lo possono permettere.

Nel tuo percorso artistico, qual'è stato il momento più importante per te, a livello tuo personale, formativo, di vita?
La consapevolezza nasce continuamente, si trasforma. Ricordo quando avevo quasi vent'anni ed è arrivata a un certo punto la necessità di voler fare solo questo nella vita. L’arte è diventata la mia priorità su tutte le cose. Poi ho incontrato Joan Jonas e Kim Jones, che sono due grandi maestri e in qualche modo mi hanno dato una sorta di patente per fare quello che faccio.

18 maggio 2014
Copyright Intervistalartista.com - Tutti i diritti riservati

Luigi Presicce è nato nel 1976 a Porto Cesareo (Lecce)