“io vorrei una storia degli sguardi”, 2001
“io vorrei una storia degli sguardi”, 2001

 

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ROBERTO RIZZOLI
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di
Luca Panaro



Al telefono, l'altro giorno, mi hai fatto aspettare qualche minuto perchè dovevi dare l'ultima stesura di colore prima che si asciugasse. Una pratica normalissima la tua, che accumuna tutti coloro che utilizzano tele e pennelli, ma questo, forse ingenuamente, mi ha suggerito un fare tradizionale che contrasta con i nuovi media rapidi e "puliti". Come ti rapporti, da artista, alle nuove mode tecnologiche?
Le mie riflessioni sulle caratteristiche di persistenza, pregnanza e invadenza del linguaggio figurativo, generano delle immagini, che solo in seguito realizzo con gli strumenti che ritengo più adeguati; in alcuni casi il risultato che voglio ottenere è immediato, in altri devo cercare uno strumento più idoneo all’idea, oppure può essere la tecnica a suggerirmi nuove considerazioni. Per questa ragione dal 1972 ad oggi ho utilizzato molti materiali: la fotografia, lo stucco, l’acrilico, il computer. Il mio fare arte non è mai stato quindi, in conflitto con la tecnica, al contrario, credo che delle mode rimarrà ciò che con la moda non ha niente a che vedere.

E' vero che gli effetti "esplosivi" presenti in alcuni dei tuoi quadri sono ottenuti da una base fotografica ingrandita? Spiegaci bene come procedi nella realizzazione.
Dal 1972 al 1980 ho utilizzato quasi esclusivamente la fotografia, m’interessava proseguire la ricerca già intrapresa durante gli anni del liceo, volevo misurare la luce e lo spazio e con la macchina fotografica, potevo fissare anche il tempo. In quegli anni fotografavo la finestra del bagno di casa che, a seconda delle diverse ore del giorno, cambiava colore, o un ventilatore che riflesso su due vetri duplicava la sua immagine. Ingrandendo notevolmente le fotografie la grana della pellicola “esplodeva” annullando l'evidenza dell’immagine. Volevo trarre da un’esperienza concettuale il massimo del piacere estetico.

Come ha scritto Vittoria Coen nel 1993, il tuo lavoro appare come un monologo molto intimo, molto personale, che scava dentro il proprio patrimonio culturale e biologico. A distanza di un decennio ritieni che il tuo lavoro sia cambiato?
Il mio lavoro è cambiato nella forma, poiché la struttura che lo sorregge si espande orizzontalmente in relazione al mondo dell’arte. Io sono convinto che l’arte nasca dall’arte, e vivo questo rapporto come un’esperienza emozionante, cercando nello stesso tempo di essere sufficientemente critico. Quello a cui aspiro è che tutto ciò, mi permetta di produrre opere molto personali.

Parlaci delle opere esposte qui a Modena alla Quarantadue contemporaneo...
Le opere esposte a Modena, sono un serie di ritratti intitolata: “io vorrei una storia degli sguardi”, sono stampe a getto d’inchiostro in formato A3, realizzate al computer. Sono già state esposte al Museo di Frascati, ma per questa mostra “tappezzerò” parte della Galleria 42 Contemporanea di carte colorate realizzate per l’occasione.
Nei ritratti di Modena ho voluto esasperare il concetto di “verosimiglianza” non rinunciando alla pittura, ma senza ricorrere ad una tecnica iperrealista. Credo che per identificare una persona si pensi alla fotografia, e osservando le figure realizzate dai pittori che più amo, ho compreso che gli occhi erano il vero punto focale di tutta la pittura del volto. Mimetizzando digitalmente gli occhi di ritratti famosi con la foto del viso d’alcuni amici, ho realizzato un insieme credibile. Guardando il risultato di questo lavoro, provo la netta sensazione che pur trovandomi di fronte ad un ritratto fotografico, qualcuno da lontano mi osservi.
La “tappezzeria” è ciò che stavo realizzando quando ti ho fatto attendere al telefono, la funzione di queste carte sarà di connotare lo spazio della galleria, saranno incollate a parete e strappate al termine della mostra.

15 aprile 2003
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Roberto Rizzoli è nato nel 1952 a Bologna nel 1952