ES - GIUSEPPE, fotografia 1998
NADIA LUCA E ROBERTO, video 1997
J'ADORE L'OR - ANNA, fotografia 1998BAGNI - JACOPO, fotografia 2004
ADAMO, performance, Dro 2005, attore Gianmarco Bresadola - foto Claudia Marini

 

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COSIMO TERLIZZI
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di
Andrea Cioschi



Il tuo più recente lavoro, Adamo, presentato in occasione del Festival Internazionale della Performance presso la Centrale Idroelettrica di Fies a Dro, è una performance in cui è chiara l'intenzione di ridefinire l'uso del linguaggio del corpo. Come è nato e si è sviluppato?
Adamo è al momento il culmine di una ricerca rivolta al Sacro. Un'opera percepita come sacra si sposta naturalmente in un altro livello della percezione, dinnanzi ad essa ci si inchina, la si bacia, ma può anche diventare causa di sanguinosi scontri. Il corpo di Adamo è l'oggetto che unisce le religioni Ebraica, Cattolica e Mussulmana, ovvero l'uomo nella sua purezza e onestà. Al di là degli sviluppi concettuali, il corpo è il corpo; ciò che lo rende eccitante è il modo in cui viene reso sacro. Ogni spettatore della performance Adamo vede il corpo nudo dell'uomo che legge i passi dedicati alla Creazione, lo si vede frontale, di lato e di spalle. "Dio creò l'uomo di argilla finissima"…una scultura, un oggetto d'arte, che in vari angoli del mondo viene interpretata e vissuta in modi diversi.

Attualmente si vedono molte performance che sembrano ignorare il lavoro degli artisti che hanno fatto del corpo il proprio strumento di ricerca privilegiato. Adamo, al contrario, pare nascere proprio dalla tradizione di un corpo che nell'arte si rinnova…
Credo che quanti più accessori un artista utilizzi tanto più sia misera la sua opera. Riguardo la tradizione del nudo nell'arte è innegabile una certa assuefazione, ma eccedere negli effetti speciali è un altro torpore. Oggi un corpo nudo non basta a saziare la curiosità o l'interesse della gente. Da Gina Pane a Rudolf Schwarzkogler, da Herman Nitsch a Franko B, il percorso appare chiaro: non super uomo ma carne da studiare, da interpretare, da macello. L'oggetto corpo è un oggetto sentimentale e crudele. Negli anni Novanta abbiamo avuto la sensazione che un corpo modificato potesse portare ad una certa evoluzione dell'uomo. Abbiamo percepito la protesi come la chiave dell'immortalità, ma non della ragione d'esistere. Dopo la parentesi "extraterrestre" rappresentata da Mariko Mori, l'artista pare essere sceso dalle nuvole. Siamo punto e a capo, ma con un'esperienza fisica in più.

Quali sono gli artisti che ami di più?
In questo periodo sono molto preso da quegli artisti anonimi che nell'era megalitica innalzarono Menhir, Dolmen e Tombe dei Giganti. Dopo i grandi capolavori dell'arte più conosciuta, davvero queste pietre di 4000 anni fa mi emozionano tanto.

Il tuo lavoro ha a che fare con la provocazione?
Si, provoco con la bellezza e la perfezione. Sono per natura presuntuoso, creo un'opera e penso che sia eccezionale. Questo atteggiamento è provocatorio, ma credo che faccia parte di ogni artista. Quando mi metto al lavoro non penso ad un risultato finalizzato alla provocazione, penso ad un capolavoro e seguo quella direzione. Poi l'opera finita deve diventare indispensabile per il mondo.

In deCARITATE ti sei mosso sul confine tra performance, installazione e scultura. Il linguaggio dell'arte del futuro è un ibrido?
Probabilmente si, ma non ne sono certo.

Come si rapporta deCARITATE con le proposte di public art che stanno spopolando di questi tempi?
Male, appare come qualcosa che non segue il passo veloce dell'elettricità, tra l'altro niente gioco enigmistico, niente post-punk né acrobazie, solo gesti che riportano ad un'iconografia abusata. Niente di avveniristico, solo la decostruzione di un linguaggio che incute sentimenti contrastanti: odio, compassione e fuga. Questo è quello che si prova davanti ad una mano che pateticamente chiede soldi. Non è il concetto di carità che metto in discussione, ma la sua pratica, il suo spettacolo. In effetti davanti ad una donna piegata inverosimilmente sull'asfalto con le mani unite che implorano aiuto, penso subito ad un atto esagerato, spettacolare. Poi, più è pietosa più incassa; più eccede nella ostentata sofferenza e più entro in conflitto. Nella mia ricerca ho scoperto varie "scuole" dell'elemosina: la zingara, la russa, l'europea... Ovviamente la nostra è molto concettuale: un uomo porge la mano e ripete "Ho bisogno di soldi" con una voce volutamente nasale. Le zingare invece ti guardano negli occhi mentre assumono una posizione lirica, i russi si coprono gli occhi con una mano, per provare la loro dignità.

Che cos'è il rischio?
Un artista contemporaneo rischia di soccombere al caos mediatico. Un altro rischio è rappresentato dal "prosciutto sugli occhi", quell'atteggiamento un po' simile a: "io non c'ero, io non so, non ho visto". Pare che l'artista contemporaneo vada avanti a tranquillanti e anestesie locali.

E nell'arte è importante rischiare?
Nell'arte è una componente tecnica, rientra nell'ingegno dell'artista. Raramente prevede la morte, ma la si rappresenta spesso. Rimbaud, suo malgrado, mi ha educato bene e Pasolini ha fatto il resto...

Nei video ti concentri quasi sempre su una singola figura, come se ne stessi delineando un ritratto con gli strumenti più avanzati che consente la tecnologia…
Pittura, fotografia e cinema, è il percorso che ho seguito. La maturità l'ho raggiunta col cinema, realizzo ritratti a tempo con una striscia sonora. Quando dipingevo avevo l'oggetto sempre davanti al mio sguardo, dormivo e mi svegliavo con il quadro di fronte, un supplizio. Dipingere era un ossessione, cosa, come e perché dipingere erano i miei quesiti quotidiani. Finita l'opera prendevo uno straccio e toglievo tutta la materia in più... Risultato? Sembrava una serigrafia, a quel punto ho preso un coltello e ho martoriato la tela, fatta a pezzi e bruciata in via del Lazzaretto a Bologna nel 1997, me lo ricordo benissimo, le altre le ho buttate nel cassonetto di via Pietralata sempre a Bologna. Tuttavia è mia intenzione avvicinarmi al pennello quando sarò più sereno.

Come scegli i protagonisti dei video, delle performance e delle serie fotografiche?
Mi verrebbe da dire che sono loro a scegliere me. In un autobus ho incrociato il protagonista di Fabio, che poi si chiama Fabio. All'Università ho incontrato Giorgio; durante un pranzo Anna.... e così via. Ogni volta che questi sconosciuti mi hanno detto di sì, mi sono sentito un uomo fortunato.

Guardi più spesso il cielo o la terra?
A questa domanda posso rispondere con certezza: guardo l'orizzonte. Ho vissuto da sempre in periferia, tra la campagna e la città. Vedere lo spazio a 360°, il sole tramontare e sorgere era un'abitudine. Quando sono arrivato a Bologna da subito ho avvertito la mancanza dell'orizzonte.

Quali sono le cose che ti fanno palpitare il cuore?
Come ho già fatto intendere, mi basta una pietra. Un grande blocco di pietra, tagliato perfettamente e posto il più lontano possibile dall'uomo... Su un altopiano difficilmente raggiungibile, tra le steppe e i dirupi. Perché è lì? Tra l'altro la sua altezza è di 20 metri e risale all'era preistorica. Senza dubbio è lì non per essere ammirato dall'uomo, ma dall'Universo intero. In Puglia e soprattutto in Sardegna ve ne sono alcuni in posti improbabili, di dimensioni più modeste.

Se dovessi organizzare la tua prossima personale in un luogo "impossibile", dove la immagini?
Al momento non penso ad un posto sperduto ma al massimo della centralità: una cattedrale rivolta ad est. Magari una cattedrale paleocristiana, dove realizzare un'opera verso cui la gente si ricompone pregando sottovoce o chiedendo la grazia.

Bologna, 17 Settembre 2005
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Cosimo Terlizzi è nato a Bitonto nel 1973
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