Biancarita, performance, 2003

Relax

 

home page


RITA VITALI ROSATI
------------------------------
di
Luca Panaro



Inventariando le tantissime immagini omologate dai mass-media, applichi a queste uno slogans tipicamente pubblicitario. Cerchi forse di farle emergere dal magma indistinto della comunicazione massificata?
Caro Luca, se la scrittura potesse essere una forma di “immersione nel sacro” io dovrei farci un colossale bagno e ritagliarmi dei tempi da produzione industriale per organizzare quelle risposte che tu attendi come la massaia ai fornelli con la pentola che bolle… Ho dovuto chiudere i catenacci alle porte, fare genuflessioni propiziatorie davanti ad un carismatico di turno, ripassare a memoria tutta la bibliografia di Tommaso Labranca, il super cervellazzo - intellettual – mediatico dal quale prelevare citazioni a man bassa, turlupinarmi i foruncoli guardando ipnotizzata il soffitto scongiurando la Musa o Pippo Baudo di venirmi in soccorso. Senza contare l’andirivieni al WC ogni quarto d’ora. Così predisposta, prostrata da ogni sorta di esigenze, tirare in ballo delle teorie a uso e consumo di non si sa chi mi rende intrepida e guardinga, eccitata e suggestionata tale è la richiesta di aperture e di spessore che si evince dalle tue domande.
Messa alle strette e ancor di più sottoscritta da una provincia appenninica e di confine che vorrebbe attapparmi le meningi, tento di combattere la condizione di claustrofobia e di clausura che ne deriva producendo comunicazione “altra”, per dare vita ad un mio flusso personale, alimentandolo di volta in volta con l’onestà (ammantata di ironia, spudoratezza, intrepida strafottenza) romantica e colloquiale di una che si fa tante domande stimolando le risposte altrui. C’è un virus malefico che serpeggia a tutto tondo nel supervariegato giardino dell’arte e si chiama già visto. È una sorta di blob che scorrazza da più tempo invadendo gli anfratti della mente, insidiandosi nei circuiti macchiavellici dell’immaginazione, perlustrando i fondali avventurosi della psiche umana, ottundendo infine gli afflati ipercreativi - multiformi. Che fare, quando quanto si produce è una variazione a tema sollecitata dal sistema di massificazione, omologazione ultraglobale? E se qualche a solo pure resistesse a questa inondazione nauseabonda di immagini, con quale sguardo sollecitare un’empatia in questa sarabanda rumorosa, mediatica che si chiama il sistema dell’arte, che avrebbe il miraggio di sistemare qualcosa, ma non certamente l’arte né gli artisti?
La mia sfida, che è comunque un atto di coraggio nonostante la consapevolezza delle dichiarazioni fino a qui espresse, mi spinge a credere nell’autenticità di fare arte non curandomi degli stilemi del sistema, del cul de sac in cui tanta produzione va a strozzarsi, e in che modo? Non prendendo me e l’arte sul serio, ironizzando a più non posso su questa grande fiera delle vanità che uguaglia a lungo andare anche i vari Cattelan & Company nonostante i loro sforzi. Il glamour è una patina, non è certo la sostanza. La vera sostanza l’ha prodotta Duchamp. Noi siamo dei replicanti.
Ma tra le immagini e gli slogans usati, in una zona intermedia si inserisce quel plus – significato che sembra inespresso, o lo scarto dell’ovvio e che è invece la chiave di lettura del mio lavoro. “La storia – scriveva Montale – non vive che nella cenere”, e anche a questo mi riferisco quando organizzo le mie idee, alla caducità di tutto. Non so a questo punto se ho risposto in modo esaustivo al tuo interrogativo, ma mi sono sforzata per lo meno di essere chiara.

A come amici, B come bambini, C come cielo... alcuni dei capitoli di "Inventario con elenco", il tuo libro fotografico, praticamente un dizionario per immagini. Quanto sono importanti gli affetti nel tuo percorso estetico?
La mia storia anagrafica è puntellata dall’assenza di affetti (quelli che dall’infanzia fino all’adolescenza misurano il calore del cuore e la sua completezza), e dalla mia rincorsa per creare attorno ad essi un recinto, una gabbia per mettere in salvo il vuoto prodotto, il buio dell’inconsistenza, le dissolvenze grigiastre delle illusioni. Questa considerazione è stata ed è una costrizione legata ad un destino che va nella direzione di una forza ipnotica più per la mancanza di un soggetto che per l’impegno (che è fatica) di ricercarlo. Ampliando questa riflessione e concedendomi ad una confidenza qualche volta mi ritrovo a sorridere di me stessa quando penso alla mia mania (che mio fratello Claudio ha definito da feticista) di conservare tutto. Di mia madre, con la quale ho vissuto poco e che è deceduta da tre anni ho scandagliato tutto: le sue sciarpette ben piegate e stirate in una scatola di cartonaccio, i francobolli ritagliati e raccolti in lunghissimi anni, le sue lettere, le sue agende, ogni indizio del suo passaggio, insomma questo affastellamento di oggetti recuperati mi servono quasi per imbandire una sorta di rito con cui impossessarmi delle stigmate altrui, per abitare la vita altrui, fosse solo per pochi istanti.

Nel tuo libro sottolinei come il termine inventario derivi da "invenio" che non significa semplicemente "inventare", ma piuttosto "trovare". Cosa hai trovato in questa galleria della memoria?
Forse e a suffragio di quanto ho espresso fin qui e tra tanta minuziosa descrizione per onorare il visibile tento una chiusura con una riflessione. Probabilmente continuo ad essere suggestionata dalle immagini proprio perchè non ho “trovato” che niente: tutto lascia affiorare una realtà diversa, misteriosa e forse altrettanto vera. Tutto ci riconduce ad un abisso di riflessi e mi ritrovo a metà di una frase, in un labirinto di immagini che si arenano tra i bianchi e i neri di un “primo libro”.
Quello che mi interessa sostanzialmente è chiarire che tutto il mio lavoro è una elaborazione continua e progressiva che si sviluppa attraverso cammini differenti. Sarebbe un bel traguardo da non disdegnare quello di girare magari un film: per non lasciare ancora più inespresso solo quello che continua a restare enigmatico.

6 febbraio 2003
Copyright Intervistalartista.com - Tutti i diritti riservati


Rita Vitali Rosati è nata nel 1949 a Milano
www.ritavitalirosati.it